Malasanità – Ritorna il caso Ellero: incriminati per falso consulenti veronesi e sanitari del San Bortolo

Malasanità – Ritorna il caso Ellero: incriminati per falso consulenti veronesi e sanitari del San Bortolo

Vicenza, 2 agosto 2021 – Da tempo a Borgo Berga si parla di una decisione di una certa importanza. Una decisione che sarebbe stata assunta dal procuratore Lino Giorgio Bruno in persona ossia quella di chiedere la incriminazione coatta di due consulenti che si occuparono della perizia in sede penale relativamente alla vicenda di malasanità e mala giustizia denunciata a più riprese da Renato Ellero. Già docente di diritto all’università di Padova, penalista molto noto nel Veneto, il professor Renato Ellero ritiene di essere stato vittima di una storia di malasanità e di mala giustizia che non ha esitato a denunciare non solo alle autorità preposte ma pure alla stampa, denunce che hanno fatto più volte il giro dei media regionali. Ellero in questo senso non le manda a dire e ai taccuini di Lineanews.it punta l’indice verso alcuni magistrati berici, verso l’ospedale, verso la questura di Vicenza e pure verso la giunta regionale veneta. Da coloro che sono stati tirati in ballo dal penalista vicentino di origini veneziane, interpellati da chi scrive, almeno per il momento, non è giunto alcun commento. Frattanto la vicenda giudiziaria va avanti perché il 28 settembre il Gip trentino in una udienza fissata alle 12 e 30 dovrà decidere sulla archiviazione o meno dei procedimenti a carico di diversi magistrati (17 maggio 2021 – I magistrati berici finiscono davanti al Gip). 

Dunque professor Ellero è vero che è stata chiesta la incriminazione coatta di due consulenti che si sono occupati della vicenda da lei più volte denunciata?

«Sì è vero. Il dottor Bruno ha sollevato dall’incarico la dottoressa Claudia Brunino assegnando il fascicolo ad altro pubblico ministero. In quel contesto il procuratore ha ordinato la incriminazione per falso di due periti veronesi nonché l’incriminazione sempre per falso di alcuni operatori sanitari del San Bortolo il cui operato è alla base della emiparesi che mi ha colpito nel 2015. Tra i soggetti di cui è stata chiesta la incriminazione c’è la dottoressa Antonella De Boni, all’epoca dei fatti referente della Stroke unit all’Ospedale San Bortolo di Vicenza».

Perché si è giunti a una decisione tanto eclatante, perché si è giunti sino questo punto?

«Perché sino a questo punto sono arrivati gli insabbiamenti dei procedimenti penali. Debbo dire che in questo senso la recentissima nomina del dottor Bruno quale dirigente della procura ha portato alcune novità positive. Si è cominciato a prendere le dovute misure nei confronti di alcune incrostazioni presenti da anni».

È un compito arduo quello che si trova davanti il procuratore?

«Senza dubbio sì. Faccio notare che rispetto alle denunce pesantissime indirizzate dal sottoscritto verso l’ospedale e verso alcuni magistrati nessuno si è permesso di fiatare. Perché costoro sanno che essendo le stesse denunce documentate e circostanziate nel caso fossi querelato per diffamazione un fascicolo per calunnia contro lorsignori sarebbe aperto alla velocità della luce, anche perché i signori di cui ho palesato le malefatte non hanno alcun titolo per confrontarsi col sottoscritto sul piano della scienza giuridica, farebbero una figura meschina».

Perché lei è così arrabbiato?

«Perché nel denunciare le malefatte dell’ospedale qualche pubblico ministero e pure un giudice per le indagini preliminari si sono comportati in modo disonesto violando la legge. E io li ho denunciati».

E cosa è successo a Trento visto che la procura della città atesina è chiamata per legge a vagliare eventuali condotte illecite dei magistrati veneti, vicentini nel caso di specie?

«A Trento hanno ugualmente cercato di insabbiare i procedimenti ma anche in quel caso sono sul pezzo: il 28 settembre si terrà una udienza davanti al Gip e se ci saranno anomalie di peso ripartiranno le denunce. Mi spiace per lorsignori ma io la norma penale la conosco a menadito. Con me non si scherza».

Come mai lei è critico col pm Brunino?

«Perché? E me lo chiede? La Brunino afferma delle cose non vere perché nelle more del fascicolo che mi vedeva parte offesa la dottoressa ha descritto una realtà di fantasia».

Può fare un esempio?

«Nella sua conclusione la dottoressa Brunino scrive che i medici del San Bortolo nell’ambito della mia vicenda avevano redatto una diagnosi di ischemia cerebrale lacunare ossia, detto alla grossa, mi sarebbe stato diagnosticato uno stato di sofferenza di una piccola porzione del cervello dovuto ad uno scarso apporto di sangue dovuto alla occlusione di alcuni vasi. Ma c’è un ma».

Sarebbe a dire?

Dal diario clinico, ne cito solo una perché altrimenti andiamo avanti all’infinito, è emerso nero su bianco che io non ho mai avuto alcuna diagnosi. Tra le carte recuperate dall’ospedale infatti si fa riferimento, ed uso le parole testuali, a una sospetta ischemia lacunare con un punto interrogativo tra parentesi: appresso compare il termine lacunare. Questa non è una diagnosi. Al limite è una ipotesi di diagnosi».

Perché lei batte così spesso su questo aspetto?

«Ma perché è l’abc della medicina. Se al San Bortolo io avessi avuto una diagnosi degna di questo nome i camici bianchi avrebbero capito che l’aumento spaventoso della mia pressione era dovuto alla occlusione di un vaso che si sarebbe potuto risolvere con una metodica medica alla portata anche del più scalcinato ospedale di provincia ossia con una fibrinolisi ottenuta mediante un farmaco ad hoc. Sarebbe bastato questo per paralizzarmi a metà e ridurmi su una sedia a rotelle rovinando per sempre la mia vita e quella dei miei familiari a partire da mia moglie».

Il suo legale l’avvocato Francesco Delaini del foro veronese avrà fatto notare tutto ciò. Sì o no?

«Assolutamente sì. Delaini ha inchiodato la controparte. I periti hanno dovuto ammettere per vero che quella non fosse una diagnosi. Una diagnosi in casi del genere prevede che si compiano accertamenti attivi come risonanza magnetica e simili. Accertamenti che sono stati fatti solo in modo limitatissimo per dinci».

Quindi, lei sta dicendo che il personale del San Bortolo avrebbe dovuto sottoporre lei a risonanza magnetica?

«Esatto, questo sarebbe stato il modo per avere cognizione precisa del mio stato clinico. Io non so se tale esame sia stato tralasciato per qualche motivo, magari futile, magari perché i radiologi al sabato non vogliono essere disturbati. Io non lo so. Io dico solo che la diagnosi infatti è un accertamento preciso in senso negativo o positivo della sofferenza patologica di una persona, tanto per precisare la questione».

E quindi?

«E quindi come diavolo può il pubblico ministero sostenere che io avessi avuto una diagnosi per poi chiedere l’archiviazione perché de facto l’ospedale avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per guarirmi? Io sono vittima della condotta superficiale e per nulla professionale di quegli operatori sanitari. E il magistrato non poteva sottacere questo aspetto che risulta dai documenti».

Ma nell’ambito della indagine sarà stato sentito il primario, ossia il dottor Francesco Perini?

«Certo. E questo signore ha detto una boiata pazzesca. Ha dovuto ammettere che la fibrinolisi, cioè la metodica per cui con un farmaco si disgregano i corpi che bloccano i vasi, si sarebbe potuta fare. Ma affermò che si era chiusa la finestra temporale utile giacché si erano fatte le otto, le otto e mezzo della sera. Peccato che quel maledetto 31 ottobre del 2015 io entrai in reparto alle 16 circa. Ergo, questi signori hanno avuto ben quattro ore o giù di lì per somministrarmi quello stramaledetto farmaco. E non lo hanno fatto: addirittura inventandosi una presunta incompatibilità del farmaco con altri farmaci i quali io non ho mai assunto. Questa è la miseria umana e professionale nella quale è maturata la mia disgrazia».

Però mi scusi sempre nell’ambito del procedimento giudiziario non fu addirittura il consulente tecnico d’ufficio, il Ctu, a parlare di incompatibilità tra i due farmaci?

«Sì. E questa è un’altra bestialità. Quando alla fine dell’accertamento tecnico preventivo il Ctu inviò alle parti questa conclusione scombiccherata e antiscientifica fu il mio consulente, il professor Raffaele Giorgetti dell’Università di Ancona, un luminare tra i medici legali, a spiegare a quel perito a mezzo e-mail come le linee guida del Ministero della salute fin dal lontano 2010 prevedessero la compatibilità tra quei farmaci. Sa a quel punto che cosa ha fatto il Ctu messo con le spalle al muro?

No, che cosa ha fatto?

«Ha fatto sparire sia la segnalazione sia le linee guida allegate dallo stesso Giorgetti: dimostrando così la volontà di falsificare l’elaborato peritale. Ecco anche di questo aspetto clamoroso la Brunino non ha tenuto conto. Lei capisce in che mani, sia per quanto riguarda i camici bianchi, sia per quanto concerne le toghe, io sono finito? Lei capisce perché io non posso avere pace, anzitutto per la mediocrità di costoro prima che per la malafede. E non aggiungo altro».

Ellero lei ha segnalato le sue peripezie al governatore leghista del Veneto Luca Zaia. La Regione Veneto infatti ha compiti specifici di vigilanza sulla condotta delle Ulss e degli ospedali. Lei a Zaia ha sollecitato più volte che palazzo Balbi procedesse con una indagine amministrativa. Con quale esito?

«Con esito grottesco».

Che significa?

«Significa che in prima battuta tramite un legale incaricato dalla Regione venne fatto presente al mio avvocato che se io avessi continuato a esternare le mie doglianze l’amministrazione avrebbe potuto adire le vie legali».

Il che la preoccupò?

«Sai che paura. Sono ancora qui che aspetto, così, denuncio per calunnia qualcuno se del caso».

Ed in seconda battuta la querelle come è andata avanti?

«In seconda battuta gli attuali vertici dell’Ulss 8 berica, sotto il cui ambito ricade il San Bortolo, hanno incontrato ancora il mio legale, ossia Delaini. In questa seconda circostanza hanno detto, semplifico, che siccome i procedimenti giudiziari al momento non hanno accertato nulla di rilevante allora non si procede con l’indagine amministrativa».

Si tratta di una risposta convincente?

«Assolutamente no: e per tre ragioni. Uno, perché se palazzo Balbi deve procedere per un accertamento su una Ulss non lo decide quell’Ulss ma la Regione. Due, perché l’indagine amministrativa si occupa di un ambito diverso da quello penale o civile, per esempio quello disciplinare. Terzo, con medici e magistrati denunciati e con procedimenti in itinere come diamine si fa a sostenere una cretinata del genere? Sfido il direttore generale dell’Ulss 8 Maria Bonavina, il governatore Zaia e l’assessore leghista alla sanità, tale Manuela Lanzarin, a sostenere con me un contraddittorio al riguardo, ma davanti al pubblico».

Lei in alcune circostanze ha definito questa situazione un muro di gomma. È vero?

«No, non ho usato la parola gomma. Ne ho usata un’altra che finisce sempre con la prima lettera del’alfabeto».

Ma comunque lei ha intenzione di mollare?

«E perché dovrei? Ho patito una ingiustizia. Ho i mezzi economici e soprattutto la scienza giuridica dalla mia parte, oltre che la ragione. Io non mi fermerò mai».

La sua è una battaglia in solitaria?

«No. Io faccio tutto ciò per avere giustizia nei confronti del sottoscritto ovviamente. E lo faccio soprattutto per tutti coloro che ridotti nelle mie condizioni non sono in grado di portare avanti una battaglia del genere. Persone devastate, che semplicemente attendono la morte su una sedia a rotelle, che in più di una occasione mi hanno detto avvocato almeno lei, li svergogni, almeno lei abbia la forza di bucare la cortina. Tra l’altro di fronte ad alcune aberrazioni cui ho assistito di persona come posso rimanere in silenzio?».

Aberrazioni? Può spiegarsi meglio?

«Più volte ho parlato al telefono con uno dei miei consulenti medici. Uno di questi, un medico trevigiano, a più riprese mi disse che parlando coi periti della controparte questi gli confidarono che avevano ricevuto pressioni in alto loco per salvare l’ospedale anche se questo aveva torto».

Ma è una cosa gravissima. O no?

«Certo che lo è. Tanto che la misi nero su bianco nella denuncia. Alla quale allegai anche due registrazioni. Ebbene quel perito, che tra l’altro avrebbe dovuto essere dalla mia parte e che abbandonai quando ebbi la sensazione che non stesse facendo del suo meglio per assistermi, interrogato per conto del pm Brunino dall’ispettore Roberto Minervini della squadra di polizia giudiziaria della questura berica, disse una cosa clamorosa».

Che cosa disse il suo ex consulente?

«Ammise di aver detto quelle parole: ma si giustificò di averle dette, inventandosi tutto, perché mi aveva visto affranto a causa del coronavirus. Lei capisce la grottesca follia di una cosa dl genere. Ma c’è un altro aspetto ancor più grottesco».

Quale?

«Questa, per così dire, consolazione per ben due volte la registrai. L’ultima fu nel 2020. La prima però, come lei ben sa, fu nel 2018. E come faceva nel 2018 a consolarmi per il Covid-19 quando la pandemia ancora non era scoppiata? Se questo medico avesse davvero il dono della preveggenza e se fosse stato tra i consulenti del governo ci avrebbe allertato ben prima. Sarebbe stato un eroe nazionale».

Ma insomma lei ha cercato di far rilevare questa contraddizione all’ispettore Minervini?

«Sì, ci provai anche per il tramite del mio legale. Ma a quel punto il suo superiore, il dottore Lorenzo Ortensi, il capo della squadra mobile vicentina, chiese esplicitamente al mio legale di non cercare più l’ispettore Minervini: spiegandogli che si sarebbe dovuto interfacciare solo con lo stesso Ortensi. Vorrei sapere a che titolo fu fatto questo intervento. A questo punto quella di Ortensi o è stata una indebita interferenza di cui dovrà rispondere davanti al questore prima e davanti al Ministero degli interni poi. Oppure è stato il pm a chiedergli quel tipo di intervento. E allora vorrei capire su che base».

E adesso come stanno le cose?

«Per quanto riguarda l’aspetto penale come ho detto più volte la dottoressa Brunino è stata da me denunciata. Sul piano disciplinare suggerisco al procuratore Bruno di prendere in mano la cosa al più presto, sempre che non lo abbia già fatto, prima che la situazione diventi imbarazzante prima che intollerabile».

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