Celotto: «Il coronavirus ci obbliga a mettere in discussione il modello di sviluppo» [L’INTERVISTA]

Celotto: «Il coronavirus ci obbliga a mettere in discussione il modello di sviluppo» [L’INTERVISTA]

Vicenza, 29 marzo 2020 – «L’ultimo mese ha visto un drastico cambiamento delle nostre vite e delle nostre abitudini. Un evento straordinario che forse avevo visto in qualche film di fantascienza o dell’orrore che mai mi sarei aspettato di vivere. Qualcosa di straordinario e che avrà un impatto molto grande sul futuro e sulle vite nostre e soprattutto dei nostri figli. Il mondo non viveva una situazione simile dalla seconda guerra mondiale. Il coronavirus non ha risparmiato nessuno o quasi dato che sono stati contaminati quasi 170 Paesi su 193».

A parlare in questi termini è Francesco Celotto. Bassanese, già dirigente d’azienda per conto di società italiane ed estere, da tempo ha lasciato il mondo delle imprese per fare il consulente finanziario indipendente.

Un expertise che Celotto ha messo a disposizione dei cosiddetti risparmiatori azzerati quando è scoppiato il caso dei collassi bancari del Nordest. Per diversi mesi Celotto è stato infatti vicepresidente della Associazione soci banche popolari. Poi più o meno un anno fa è arrivata la decisione di abbandonare l’Italia e discostarsi con la famiglia in terra iberica a Barcellona.

  • Allora Francesco, i governi europei come hanno valutato questa emergenza?

«I governi europei hanno ampiamente sottovalutato il problema e la gravità della situazione. Il virus esplode in Cina a gennaio anche se già da dicembre un medico cinese, poi morto, aveva avvisato del pericolo che si avvicinava. Le autorità cinesi oltre a minimizzare la cosa avevano minacciato il dottore di arrestarlo se avesse diffuso la notizia. I cinesi a gennaio si sono visti obbligati ad avvisare l’Oms della pandemia che si avvicinava e a quel punto i governi tra cui quello italiano hanno dichiarato la emergenza già il 31 gennaio 2020 per un periodo di sei mesi»

  • A quel punto che cosa accade nel Vecchio continente visto che tra l’inizio e la metà di marzo quando l’epidemia o pandemia che dir si voglia deflagra definitivamente?

«De facto non è accaduto nulla. I governi come spesso accade sperano che, come si dice a Napoli passi la nottata, che il virus se ne vada da solo, nonostante i seri moniti dell’Oms e di alcuni scienziati che avevano già catalogato il Covid-19 come una pericolosa pandemia. Non fanno nulla soprattutto in Italia Paese che per primo vede la esplosione del contagio. Abbiamo assistito a provvedimenti presi a singhiozzo, a pezzi, balbettanti, con la paura di dire la verità alla gente e fermare il Paese».

  • E fuori dall’Italia?

«Non è che sia stato meglio. In Spagna dove vivo hanno fatto come in Italia: provvedimenti balbettanti, timidi, così come in Francia e in Germania. In Germania raccontano balle sul numero vero di morti. Per non parlare dell’Inghilterra dove il bizzoso premier conservatore, mister Boris Johnson, voleva fare strani esperimenti come i cosiddetti contagi di gregge. Mi pare che solo ad est abbiano capito, si pensi a come si sono comportati i cinesi dopo che il problema si è presentato nella sua drammaticità. Si pensi a quello che hanno fatto Polonia e Bulgaria che hanno chiuso tutto da subito. Cosa che non hanno fatto i grandi paesi europei per paura di fermare una economia, che comunque si fermerà: il tutto favorendo di converso la propagazione del virus».

  • Sul piano del contrasto alla emergenza medica e sul piano dei provvedimenti economici i cittadini europei che cosa dovrebbero attendersi dai propri governi? L’Italia nello specifico che cosa dovrebbe fare?

«Diciamocelo chiaro. Il coronavirus è la sfida più grande che si trova ad affrontare l’Europa, intesa come Ue nei suoi oltre cinquant’anni di vita. O trova una forte solidarietà o cesserà di esistere. Il coronavirus è una sorta di terza guerra mondiale e va affrontato come tale. È una emergenza che distruggerà interi pezzi della nostra economia; distruggerà lavoro, immobilizzerà fabbriche. Porterà a una profonda recessione, nonostante ancora qualcuno voglia disinformare distribuendo cifre non veritiere sul reale impatto del coronavirus sulla economia europea».

  • E quindi?

«L’Europa dovrebbe lanciare un piano Marshall e soprattutto approvare meccanismi di compartecipazione del debito e di finanziamenti a fondo perduto. Ora serve solidarietà.

Peccato che i soliti paesi del Nord con la Germania in testa si mettano di nuovo di traverso, negando la creazione dei famosi Eurobond. Dico di più l’utilizzo dei fondi del Mes va bene, ma non vanno poste condizioni. Ricordo poi che l’Olanda, che in questo fa asse con i tedeschi, è un Paese che garantisce ampi sconti fiscali a grandi multinazionali come Nike, Adidas tanto per citarne alcune».

  • Di fatto si comporta come un paradiso fiscale?

«Sì».

  • Con quali conseguenze?

«L’Olanda che spesso viene dipinta come un Eden sottrae alle casse della fiscalità europea, Italia in primis, qualcosa come cinquanta miliardi di euro all’anno. Con che faccia si permettono costoro di pretendere sacrifici dai Paesi del Sud Europa, impartendo lezioni di etica e pretendendo rigore quando lor signori avallano di fatto l’evasione fiscale o l’elusione fiscale di grandi gruppi? Il Paese degli zoccoli è meglio che taccia e che cominci a collaborare con tutti».

  • È di questi giorni la notizia che il premier italiano Giuseppe Conte assieme al altri otto capi di governo europei tra cui Spagna, Portogallo e Francia abbia firmato una richiesta affinché sia data vita agli Eurobond e affinché si possano usare i quattrini del Meccanismo europeo di stabilità, il Mes, senza alcun vincolo. Come vedi la cosa?

«Se i tedeschi e i Paesi del Nord continueranno imperterriti sulla loro linea credo che resti solo una cosa da fare: uscire dalla Ue. Noi non siamo la Grecia. Se le nostre banche dovessero fallire i problemi li avrebbero anche gli ottusi rigoristi tedeschi e olandesi. Le banche francesi e tedesche hanno in pancia i nostri titoli del debito a partire dai Btp. Se questi dovessero valere zero che farebbero i tedeschi? Rischierebbero di saltare anche loro».

  • Significa che l’Italia deve avere la forza di metterla davvero ciò dura?

«Sì questa volta la dobbiamo davvero metterla giù durissima. O accettano le nostre condizioni o salta tutto. Vediamo che cosa succederà. Non c’è molto tempo».

  • Che cosa se ne ricava?

«Non è possibile pensare ad una Europa a due velocità che non solidarizzi in un momento come questo. Sul piano del contrasto alla emergenza medica l’Europa dovrebbe rafforzare gli ospedali, dovrebbe aumentare da subito i fondi per la sanità, drasticamente ridotti per seguire i diktat tedeschi in tema di austerità. Anche se i tagli si giustificano anche per scelte molto discutibili, quando non siamo di fronte a sperperi o a reati, in tema di programmazione. Evito per carità cristiana di parlare del ricorso alla finanza di progetto per realizzare gli ospedali, veneti e non solo. Per i privati è stato un banchetto. Ad ogni buon conto la sanità pubblica è stata massacrata da tagli continui in questi anni e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non parliamo della diagnostica che è finita in mano ai privati. Abbiamo poche unità di terapia intensiva non solo in Italia ma pure in Spagna».

  • Il governatore del Veneto però, il leghista Luca Zaia ha un altro punto di vista. Tu che ne pensi?

«Quelle di Zaia sono chiacchiere in libertà. Il sistema sanitario veneto non esce bene da questa tragedia. Basti pensare alla disamina impietosa in tema di tagli, che vanno avanti da un ventennio peraltro, pubblicata da Il Fatto. Per di più in queste settimane la giunta Zaia e lo stesso governatore hanno fatto una figura barbina. A inizio marzo hanno strepitato che il coronavirus fosse una seria minaccia; due giorni dopo le stesse persone hanno detto che si trattava d’una minaccia inventato dai media. Per cortesia siamo seri per una volta».

  • Come si spiega questa piroetta?

«È chiaro che quando Zaia ha fatto dietro front sulla pericolosità era stato pressato dai soliti industrialotti nostrani che temevano la chiusura delle attività. Poi il presidente della giunta regionale, in evidente difficoltà, spaventato dalle notizie che giungevano dalla Lombardia, è tornato ad affermare che l’emergenza fosse seria e che andava chiuso tutto: parole, parole, parole visto che le imprese del Veneto sono tutt’altro che tutte chiuse e visto che i vertici di Confindustria invocano la riapertura tout-court. Nel frattempo Zaia se la prende con coloro che vanno a fare la spesa. Ecco diciamo che la memoria corta è una brutta bestia, ma Zaia non riuscirà a nascondersi per sempre. Moltissimi veneti hanno la memoria corta, ma non tutti».

  • A chi o a che cosa ti riferisci?

«Mi riferisco allo stop incredibile che il segretario generale della sanità veneta Domenico Mantoan diverse settimane fa impose al professore Andrea Crisanti, il direttore dell’unità di virologia della clinica universitaria dell’ospedale di Padova. Crisanti ci aveva visto giusto e aveva pensato di estendere, sul piano sperimentale, i tamponi ai volontari, in primis della comunità cinese, che con grande senso civico si erano resi disponibili: ricordiamoci che il Padovano si rivelerà di lì poco uno dei focolai del contagio in terra Veneta».

  • E dunque?

«La giustificazione di Mantoan fu che la strada proposta da Crisanti non rispettava i protocolli di spesa del sistema sanitario nazionale. Ecco questa è una cosa che grida vendetta di fronte al cospetto dell’altissimo».

  • Perché?

«Perché per definizione negli atenei si sperimenta. Non si può trattare una prestigiosa clinica universitaria alla stregua dell’ultimo ambulatorio di Roccabagigia sul Piave. Dio solo sa che cosa c’è dietro quello stop. La cosa grave è che Zaia non ha bacchettato a dovere Mantoan, il che la dice lunga sul potere di questo dirigente. Anche Cristanti però è stato carente sul piano del carattere. Se io fossi stato in lui avrei convocato una conferenza stampa e avrei detto come possono un burocrate e un politico permettersi di sindacare il lavoro di una equipe di scienziati e di ricercatori. Per questo è inutile che Zaia ogni giorno in diretta tv dalla sede della protezione civile di Marghera si appunti galloni che non merita».

  • Adesso da piú parti si invoca un cambio di paradigma. In passato, in tempi non sospetti diciamo, tu puntasti l’indice sulla necessità di questi cambiamenti. Adesso ti senti come una Cassandra o hai intenzione di toglierti qualche sassolino dalle scarpe? Deve cambiare il modello di sviluppo? È il concetto stesso di sviluppo, come sostiene l’economista Serge Latouche, che va rimesso in discussione?

«Il modello di sviluppo attuale, quello pre-coronavirus era una macchina impazzita che già di per sè stava andando a sbattere diritta verso una recessione. Il coronavirus porterà invece a una profonda depressione assimilabile a quella vissuta dagli Stati Uniti nel 1929».

  • Più nel dettaglio che cosa si può dire?

«Io ricordo che il positivo ciclo economico attuale durava dal 2009. Una lunga crescita mai vista nel pianeta piena però di contraddizioni e di debolezze. In questi anni il lavoro è stato precarizzato un pò ovunque, i salari in termini reali sono stati tagliati, e la distribuzione della ricchezza a livello mondiale mai è stata così iniqua. Pochi individui, in gran parte americani, possiedono la ricchezza del 40% del mondo. Un sistema con questi squilibri fortissimi non può sopravvivere. Il debito aziendale, degli Stati e delle famiglie, è arrivato a livelli astronomici. Il debito mondiale a fine settembre 2019 ha raggiunto i 253mila miliardi di dollari: ben novemila in più rispetto a dicembre 2018».

  • È un nuovo record?

«Direi proprio di sì. È un nuovo record in valore assoluto ed è un nuovo primato anche rispetto al prodotto interno lordo mondiale: il rapporto debito-pil sul piano globale è salito al 322%. Come record non dureranno molto: già nei primi tre mesi di quest’anno, secondo le stime dell’Iif il debito mondiale raggiungerà i 257mila miliardi».

  • Che riflessione ne trai?

«Questo modello di sviluppo è da rifare da zero. Chiamarlo poi modello di sviluppo mi fa sorridere. È vero che in alcuni paesi, Cina in testa, ampi strati della popolazione sono usciti dalla povertà ma a che prezzo? Hanno distrutto l’ambiente e creato bolle di consumo insostenibili. In tanti paesi sviluppati invece ampi strati di popolazione si sono impoveriti. Sono stati falcidiati da politiche di austerità assurde e da un generale aumento dei costi che ha favorito pochi gruppi di imprese».

  • C’è un assunto specifico alla base di ciò che affermi?

«Sì, un mondo finito, piccolo con limitate risorse non può per sua stessa definizione crescere all’infinito. Il consumismo sfrenato, esportato dagli americani con le buone o con le cattive, si descrive da solo: è un capitalismo perverso e selvaggio che ha mostrato tutti i suoi limiti e che ora sta arrivando al capolinea. Il problema è che non sappiamo che cosa ci attende dopo. Il coronavirus comunque certifica, almeno credo, per sempre la morte di questo capitalismo nonostante il tentativo del presidente americano Donald Trump e della sua amministrazione di far rivivere il moribondo iniettando quantità mostruose di danaro».

  • Perché in molti ritengono che in questo momento, e per sempre, debba essere la collettività, il pubblico, a re-impossessarsi del timone economico e finanziario? I cosiddetti mercati lo accetteranno? Come mai c’è chi sostiene che per ripartire occorra puntare su piú infrastrutture, piú industria e piú produttività? Che cosa pensi di chi vede il mondo attraverso un’ottica economicista? Che cosa pensi di coloro che invece pensano che siano i fattori ambientali e sociali i piú importanti?

«Queste sono domande chiave. È arrivato finalmente il momento di tornare comunità, di pensare collettivamente, di nazionalizzare alcuni asset fondamentali come i monopòli naturali. Serve rafforzare i servizi pubblici sanità in testa. Nulla può essere come prima e non vorrei più sentire parole come tagli alla sanità per seguire i diktat di ottusi burocrati, italiani, europei o americani che siano. È il momento della solidarietà».

  • Davvero? Adesso o mai più?

«Sì. O adesso o mai più. Se il mondo non capisce questo e torna a comportamenti di folle consumo in pochi anni i problemi torneranno e molto più gravi di oggi. Mi riferisco in primis alle tante forme di emergenza climatica e ambientale. Sono bombe a orologeria che possono esplodere da un momento all’altro».

  • E allora come lo vedi il mondo oggi?

«Il mondo per come lo vedo io oggi è in preda a gravi convulsioni e contraddizioni che il coronavirus ha fatto esplodere. Da una parte la finanza onnivora  in mano a psicopatici il cui unico fine è produrre utili costi quel che costi, disposti a tutto pur di raggiungere il loro scopo. La finanza è la vera colpevole della distruzione della classe media nei paesi occidentali. Distruzione che è avvenuta drenando risorse a tutto favore della classe dominante. A braccetto vannno le grandi multinazionali, americane in testa, che hanno utilizzato governi e lavoratori per i loro fini esclusivi, contribuendo non poco alla precarizzazione ed emarginazione di intere classi di lavoratori, con l’unico scopo di accumulare dividendi da distribuire a soci e management».

  • E la politica?

«La politica tutta è stata da anni, almeno a partire dagli anni ’90, complice di questo sistema incapace di una qualsiasi iniziativa a favore davvero dei cittadini e delle classi più deboli in particolare. Dobbiamo utilizzare questa tragedia per resettare il nostro modello di sviluppo, se vogliamo proprio usare questo termine, giunto ormai a fine corsa e crearne uno nuovo. O adesso o mai più, lo ripeto per l’ennesima volta. Abbiamo la grande opportunità di un rinascimento della umanità a patto che sappiamo cogliere le sfide enormi che ci attendono con una adeguata visione strategica e una adeguata leadership cosa che in questo momento latita a tutti i livelli».

  • C’è qualche speranza?

«In alcuni casi l’umanità ha saputo tirare fuori il meglio di sè nei momenti più drammatici. Vedremo».

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